Marcel Gave

1978, i primi passi di Marcello

Le ricerche di Boccaccini sono rivolte al recupero e alla rappresentazione razionale di precarie forme che si sviluppano caoticamente, attraverso misteriosi processi, tra le pieghe oscure dell'inconscio. Dalla oscurità queste forme sono riesumate con una grafia convulsa e intensa, ma anche con un progetto fortemente meditato. La figura umana che quasi sempre fa capolino, tra la grande massa di queste forme geometricamente ripensate e ricomposte nel foglio con dinamici percorsi, è appena la memoria, un labile ricordo iconografico che si esprime nell'occhio umido di invocazione di luce e di liberazione. Se l'impressione prima che suscita questa pittura potrebbe essere fascinosa, per l'incanto della perfezione del geometrismo figurativo, ad una lettura più approfondita questa sensazione si perde quasi completamente per dar posto ad una esperienza tutta umana immersa nel pensiero e nel dolore.
Allora l'emergenza figurativa riconduce al suo significato di ricerca nella psiche oscura e tormentata, dove la sensazione ed il pensiero espandono fitte ondate di tristezza e di malinconia. Questa immagine dell'uomo, faticosa nel suo momento di essere, crea un rapporto pittorico capace di risolvere quella dialettica in termini di realismo fantastico che recupera una situazione esistenziale nell'unità organica delle contraddizioni e dei pensieri, dei desideri, della gioia, e del dolore, del sogno e della realtà. È un gioco questo di Boccaccini che l'artista non allunga mai oltre lo spazio di questi contrasti dell'esitstenza umana, oltre quello che si dice l'esperienza del dolore di amare e di pensare dell'uomo intellettuale. Non pare perciò che questa pittura possa definirsi in termini surreali semplicemente, o anche in simbologie geometriche, seppure certe assonanze e procedimenti linguistici e massicce sinuosità matematiche rimandino a questo modo e a questo mondo immaginario di sogni creativi. La ricchezza, quasi sovrabbondante, dell'impianto scenico, complesso e barocco, non disturba il rigore dell'andamento compositivo, perché la grafia pulita, ordinata, organica, scandisce l'intreccio intenso degli ambienti scenici con ritmi luminosi che ne evidenzia, allo stesso tempo, l'autonomia della singola forma e l'esigenza interiore dell'insieme all'interazione e al completamento.
Si tratta quindi di un racconto, non semplicemente di una motivazione ornamentale; un racconto che non rimanda fuori dell'uomo ma sviluppa quelle esasperate esperienze interiori con soluzioni analogiche che ricorrono non ai mezzi usuali di espressione pittorica ma a rimandi filologici lucidi e onirici. L'artista quindi non inventa la situazione, ma rifiutando il patrimonio visivo e sensazionale, costruisce una personale iconografia, capace di sviluppi sempre più validi ed inediti.

Stefano Troiani

Marcel Gave

1982, a m'arcord

Segni impercettibili retti da contorni che stanno a confermare, ancora una volta, la paura dell'essere e della solitudine.
Segni comunque ricchi della forza che il tempo e il destino hanno esercitato su pietre secolari.
Era inevitabile quale reazione poteva scaturire da Marcello al contatto di una esperienza così complessa quanto insolita; certamente insolita perché a viverla è un artista nel pieno delle sue forze costruttive.
Mi disse di preparare una presentazione alla sua ultima opera, un'opera che non conoscevo affatto, un'opera che egli mi descrisse prima ancora di concepirla. Una richiesta che solo ad un amico si può fare.
Con sincerità confesso che non mi interessava il lavoro in se stesso, quanto la creazione scaturita dal nuovo contatto emotivo.
Avrebbe potuto rappresentare qualsiasi cosa, qualsiasi riferimento di immagini e colori, di sensazioni o di esperienze, di ricordi o di visioni future; e con arte sapiente, ha voluto unire i contorni umani di una fatalità da lui intensamente vissuta. Perché la figura umana è obbligata a reggere "secoli di storia"? L'artista improvvisamente solo, non ha potuto rinunciare ad una creazione altamente emozionale e al contempo equilibrata attraverso il senso di continuità che è la base dell'opera stessa. Certamente un'opera d'arte, ma soprattutto grida di angoscia, di protesta ferma e liberatoria, di omaggio e, per un attimo, di olocausto mentale. Non cerchiamo affannosamente di scoprire quali forze misteriose quanto affascinanti elaborazioni fanno di un uomo un artista, il quale esprimerà durante la sua esistenza una pittura orbitante e linee itineranti alle soglie del vuoto; di certo non conosceremo mai e, per meraviglia, non ci interessa conoscere il magico sistema strumentale che ripropone da sempre l'emozione profonda di sensazioni mai vissute. Sembra che Marcello voglia misurare la sua forza per dimostrarci la sua capacità di trasmettere messaggi di sintesi.
Egli è già padrone dei segni che ogni volta lo introducono nel pensiero con estrema facilità, ma soprattutto con quella convinzione e validità che, sinceramente, lascia perplessi quanto soddisfatti. Marcello in sintesi è capace di aprirsi a tutte le nuove sollecitazioni dell'ambiente ma al tempo stesso è in grado di ristabilire, ad ogni urto dovuto a novità, l'equilibrio organico su cui si regge, nuove acquisizioni per un nuovo sistema di comportamenti spontanei e riflessi.
Voglio rilevare, e mi sembra giusto, l'equilibrio commotivo che facilita l'entrata e l'assorbimento di nuove esperienze, ma non distoglie la forza ritmica rispettando l'intimo dell'artista.
Che la vita sia felicità o infelicità, quando la si vive intensamente e la si mette allo sbaraglio, quando si vive cioè e non si ragiona sulla vita, si può ritrovare per un attimo una condizione di felice inconsapevolezza.
Così senza accorgersene, Marcello possiede di già il passaporto per la vita, un documento di liberazione e continuità.
E' semplicemente fantastico e bizzarro il sistema di aggancio, o per meglio dire, di pretesto con il quale l'uomo diventa artista, tracciando la linea del pensiero e racchiudendo per un istante il dolore che non gli appartiene ma che già dentro ha scavato ed ha acceso mille falò di memoria con ardente fantasia. Sono semplicemente spettacolari questi accordi senza suoni che l'artista riesce ad emettere, preparando così i suoi pensieri al futuro che già conosce e al passato che non potrà mai abbandonare perché fonte di proiezione.
Marcello Boccaccini ha la forza di costruzione artistica pienamente attivi, ma non per questo la sua sicurezza del segno non subirà mutamenti; la sua trasformazione è da sempre un fatto altamente poetico, ovvero le sue tappe ed i suoi primi traguardi sono il futuro di cambiamenti mentali, spirituali, artistici e professionali.
Marcello è già purificato nelle linee, è già pronto per verificare le metamorfosi del mondo, e quindi la sua arte non dovrà fare altro che avvicinare il concetto lirico ancora una volta nell'uomo proiettato: "il sonno della crescita…così di nuovo bambino "Io Uomo" rivivrò un'arcana esistenza".

Massimo Rivoiro

2023, 40 anni dopo

Parlare di un amico con cui si sono condivise tante esperienze anche professionali non mi è facile, ho l’impressione di avere tanti ricordi e informazioni da riordinare per una, seppur breve, corretta presentazione del suo lavoro.
Mi limiterò allora ad alcune brevi impressioni che spero “mettano a fuoco” il suo sguardo unitamente al lungo percorso professionale che lo ha portato a questa esperienza espositiva. Al di là delle specifiche professionali di Marcel Gave, grafico di lunga esperienza, un primo profilo per inquadrarlo in questa sua “prima” esperienza espositiva, dopo quarant’anni dalla sua ultima, è di separarlo dalla figura del fotografo, sebbene la fotografia comprenda qualsiasi esperienza di gestione e controllo dei flussi di luce, inclusa ovviamente quella “camera chiara” che è il monitor.
E proprio il monitor, interfaccia alla quale ormai si affida ogni utente per le proprie attività, è stato, per Marcello, strumento visivo indispensabile già in tempi in cui tale interfaccia era assai poco “amichevole”. Si consideri che le tecnologie di prima generazione erano ancora complesse rispetto alle attuali: non era ancora avvenuto il passaggio al digitale e la computer grafica professionale richiedeva conoscenze e tempi di produzione differenti; Marcello ha iniziato a utilizzare applicativi per l’elaborazione dell’immagine quando ai più erano sconosciuti.
Fin dai primi anni ’80 si affidava a quei pochi studi grafici dotati di Macintosh.
Il passaggio dal design all’arte (e penso subito a Munari) è stato naturale per molti professionisti e così è stato anche per lui. Anzi, Marcello ha iniziato a fare esperienze artistiche da molto giovane, guardando in particolare alla op art e alla grafica con implicazioni architettoniche e geometriche; di qui un suo attento sguardo ad autori come Escher.
Ora, come artista digitale, approda dopo altre sperimentazioni artistiche, alla serie di lavori presenti in mostra. Lui si inserisce nel mezzo del procedimento che normalmente con un fotografo inizia dall’acquisizione, dallo scatto, per poi terminare con l’editing. Ricordo che con la stessa metodologia realizzò l’animart di Coniugati (1995) - un mio lavoro fotografico costituito da due immagini - che lo impegnò moltissimo. Si trattò di un vero e proprio intervento chirurgico con bisturi digitale, dove elementi dell’originale vennero clonati e ricostruiti fino a ricreare uno spazio virtuale nel quale ciò che è immobile si metteva in movimento. Perciò Marcello non riprende ma “preleva”, da grafico sperimentatore, quale appunto è, preleva e sottrae frammenti di immagini fotografiche per elaborarle digitalmente e raggiungere l’effetto desiderato.
Passando a queste opere di digital art si nota che il denominatore comune sono le destrutturazioni del soggetto come un editing genetico e forbici molecolari, microimpalcature simili a ragnatele geometriche, a elementi che sembrano “schizzare” pittoricamente dove gli artefatti sono ora nitidi ora vaporosi, poi ancora effetti applicati a soggetti che si “muovono” nel movimento, come “Butterfly”; luminescenze, sovrapposizioni e trasparenze: quegli stessi effetti velvia di origine fotografica. Poi invece, nei ritratti si assiste a una decelerazione che fa emergere e apparire tutti gli altri statici e silenziosi, intenzionalmente lontani nel tempo. Ma nei ritratti immersi tra labirinti di linee concentriche, si fanno più evidenti i richiami op di Vasarely e Riley e gli “ornamentali” di stampo escheriano. Qui si ritrova quel Marcello che da ragazzo si interessava ai fenomeni della percezione visiva e alla gestaltica, che disegnava e amava quell’Escher delle “metamorfosi” ma anche il ricordo delle acqueforti, incisioni, serigrafie dei suoi albori.
Di nuovo oggi, attrezzato degli strumenti a lui congeniali lo hanno ri-condotto fin qui a ri-trattare digitando. In sintesi Marcello è prima di tutto professionista visivo che non abbandona mai la finalità, il “progetto”, e che, anche nel produrre immagini artistiche, guarda all’arredamento come alle location virtuali: è un uomo in corsa, una corsa esistenziale nella quale ad accompagnarlo c’è sempre l’orizzonte in continuo mutamento.

Giampiero Barchiesi

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MARCELLO BOCCACCINI
marcello.boccaccini@gmail.com

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